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Shabbat. Il Sabato

 

Funzione fondamentale della vita religiosa ebraica è l'osservanza del Sabato, lo Shabbat, sia perché si tratta di una festività che è specificata nelle due versioni dei Dieci Comandamenti che compaiono nel Pentateuco (Esodo XX, 8-11 e Deuteronomio V, 12-15) sia perché, attraverso la lettura della pericope settimanale, scandisce lo svolgimento dell'anno ebraico. Conviene ricordare che i testi citati sopra comandano il rispetto del Sabato in due forme diverse, utilizzando in un caso la parola ricorda e nell'altro la parola osserva; è dunque du­plice l'imposizione divina, a sottolineare a che punto sia basilare il precetto.

 

L'osservanza dello Shabbat implica il riposo ed i Padri della Sinagoga si sono preoccupati di definire che cosa si debba intendere per lavoro, in modo che sia possibile osservare il comandamento senza alcuna ambiguità.

Essi hanno convenuto di considerare come lavoro tipo quello ritenuto fosse stato necessario per la costruzione del Tabernacolo ed hanno analizzato le varie attività richieste per arrivare a tal fine; in questo modo sono state individuate trentanove categorie di attività dalle quali ci si deve astenere nell'osservare il Sabato. Fra queste è compresa l'operazione di accendere il fuoco e quindi la luce.

 

Poiché la giornata festiva sarebbe priva di gioia se dovesse essere trascorsa nell'oscurità la luce deve essere accesa prima del Sabato.  Il giorno, secondo l'uso ebraico, inizia dalla notte che lo precede; così pure è del Sabato, ma l'importanza del giorno festivo fa che tutti i preparativi della festa devono essere com­piuti assai prima del tramonto del Venerdì. Infatti gli storici dell'antica Israele riferiscono che prima della distruzione del Santuario un sacerdote suonava lo shofar alcune ore prima del vespro per richiamare alle loro case coloro che lavoravano nei campi; lo shofar veniva suonato una seconda volta un po' più tardi per invitare coloro che si trovavano in città a cessare il loro lavoro ed infine veniva suonato una terza volta quando il calare del sole era già vicino ed era ora di accendere le lampade del Sabato.

È opportuno rilevare che il passaggio dai primi sei giorni della settimana, sei giorni di lavoro ed ansie, al Sabato, ad un giorno di assoluto riposo e serenità, sarebbe troppo brusco senza un minimo di preparazione che renda possibile la transizione e ciò spiega il perché del lungo periodo preliminare.

L'accensione delle luci del Sabato ha acquistato un carattere rituale, anche se non vi è alcuna raccoman­dazione biblica a riguardo ed è precisamente un esempio di una tradizione che ha preso un aspetto sacrale. È infatti invalso da secoli l'uso che la padrona di casa accenda due candele per il Sabato, recitan­do un'apposita benedizione.

Un ulteriore compito della padrona di casa è preparare il tavolo per il Sabato.

 

Prima del tramonto è uso recarsi in Sinagoga. Secon­do un'interpretazione dei Maestri della Cabala, alla vigilia del Sabato ad ogni credente viene concesso un supplemento d'anima o una "seconda anima"(Neshamà Yeterà) per dargli modo di apprezzare maggiormente la santità della giornata.

 

Era abitudine di alcuni rabbini di Safed, (dove fiorì nel '600 una rigogliosa scuola di cabalisti), di uscire in processione il Venerdì pomeriggio attraverso i campi fuori delle mura della città per andare incontro alla giornata del Sabato, paragonata ad una Sposa, che giungeva circondata dal folto stuolo delle "seconde anime"... Questa visione mistica ha fortemente influenzato la liturgia del Venerdì sera, che contiene componimenti poetici scritti da elementi appartenenti a questo gruppo. Fa parte del rito la lettura dei Salmi 95 a 99, di contenuto messianico, e del Salmo 29.

 

Dopo la preghiera serale (Arvith) è invalso sin dall'epoca del Talmud l'uso di fare in Sinagoga la cerimonia del Kiddush.

 

Terminata la cerimonia in Sinagoga, al ritorno in casa la famiglia si riunisce intorno alla tavola imbandita ed il Kiddush viene ripetuto, ed è seguito, dopo la Lavanda delle Mani, dalla Benedizione sul Pane che, nel rito del  Sabato è recitata su due pani.. Viene tagliato da colui che recita la benedizione, il pane inferiore e costui, dopo averla pronunciata, ne prende un boccone, lo intinge nel sale e lo mangia.

Procede poi a distribuirne bocconi agli altri commensali..

 

La cerimonia del Sabato mattino è particolarmente solenne in ogni Sinagoga. A differenza dei giorni lavorativi, dopo la lettura della Toràh viene recitata una Amidah aggiuntiva, che costituisce la Preghiera Supplementare o Mussai recitata in ricordo del culto nel Santuario di Gerusalemme del quale ne invoca la ricostruzione.

 

Di ritorno a casa dopo la fine della cerimonia si ripete il rito del Kiddush e la Benedizione sul Pane, ma in questo caso la prima di queste benedizioni può essere detta con bevande diverse dal vino.

A differenziare il Sabato dagli altri giorni della settimana si impongono altre cerimonie. Fra queste ricordiamo il Terzo Pasto o Seuda Shelishit, consumato fra la preghiera po­meridiana (Minchà) e quella serale (Arvi­th). Alcuni usano recitare un Kiddush anche per questo pasto ma la maggioranza ritiene che ciò sia superfluo.  Nelle comunità sefardite, al Kiddush seguiva il Desaiuno, quasi un pasto.

 

Durante la preghiera serale del Sabato, nella Amidàh viene incluso un passo che ricorda ancora una volta la differenza fra la santità del giorno di Shabbat ed il resto della settimana.

 

Il Sabato  si concludecon la Havdalah o Separazione  quando lo Shabbat si allontana ed inizia la settimana profana. Quando cessano le festività, la Sposa parte...

Accolto al suo inizio con la Benedizione sul Vino, lo Shabbat è lasciato con una breve cerimonia introdotta anch'essa con la Benedizione sul Vino. A questo fa seguito, poiché è ormai lecito il lavoro, la simbolica accensione di una candela con più micce o fatta a forma di torcia.

Viene quindi recitata la Benedizione sui Profumi (che, secondo la tradizione cabalista è destinata a dare sollievo al credente, nel momento in cui si separa dalla "seconda anima") e la Benedizione sulla Luce". Si conclude con la cerimonia della ripetizione della benedizione che distingue il Sabato dai giorni lavorativi.

 


 

Rosh Ha-Shanà. Il capodanno ebraico

La festa di Rosh Ha-Shanà non solo è l'anniversario simbolico della Creazione ma è soprattutto il momento in cui ciascuno è invitato a preparare il bilancio del proprio operato per difendersi, di fronte al Signore, delle accuse che gli muoverà Satana, l'Angelo Accusatore, il quale al momento del giudizio sottoporrà al Creatore l'elenco di tutti i peccati di cui ciascuno si sarà reso colpevole.

È in vista dell'inizio del periodo di giudizio che è uso suonare il mattino di ciascun giorno feriale per tutto il mese di Elul, cioè del mese che immediatamente precede la festa, lo shofar  per chiamare al pentimento ogni fedele.

Altro rito che precede la festa di Rosh Ha-Shanà è la recitazione delle Selichot, preghiere penitenziali costituite da composizioni liturgiche di alto valore poetico. Nell'uso sefardita le Selichot si usano recitare per tutto il mese di Elul fino al giorno di Kippur (eccettuati i giorni di Sabato, di primo del mese di Elul e di Rosh Ha-Shanà stesso) mentre nell'uso ashkenazita le Selichot si recitano a partire dalla mezzanotte del Sabato che precede Rosh ha-Shanà, purché questo inizio cada almeno quattro giorni prima della festa. Il contenuto stesso delle preghiere varia lievemen­te secondo i riti".

Mentre le feste ebraiche, per ovviare alle piccole variazioni dovute al collegamento col ciclo lunare, sono celebrate per due giorni consecutivi soltanto fuori dalla terra d'Israele, la festa di Rosh Ha-Shanà vine osservata per due giorni consecutivi ovunque.

Come tutte le festività della liturgia sinagogale, Rosh Ha-Shanà inizia con la vigilia mediante una funzione religiosa alla fine della quale è d'uso congratularsi con la frase Le-Shanà Tovà Tikatevu ("Possiate essere iscritti per un Buon Anno).

Il riferimento è a un passo del Talmud secondo il quale il giorno di Rosh Ha-Shanà vengono aperti tre libri davanti al Signore. Nel primo sono iscritti i buoni, a cui è senz'altro concesso un'altro anno di vita, nel secondo sono iscritti i cattivi, a cui è decretata la morte entro l'anno, mentre nel terzo sono iscritti coloro il cui destino è in sospeso; la frase esprime l'augurio che le persone a cui è formulato siano fra quelli iscritti nel primo dei tre volumi.

Al ritorno dalla Sinagoga, il rito famigliare si svolge  con piccole variazioni, come per il Sabato. Con la differenza che mentre nelle famiglie sefardite è d'uso intingere il boccone di pane nel miele anziché nel sale, presso gli ashkenaziti subito dopo la benedizione del pane si mangia un pezzo di mela intinto nel miele.

È tradizione sefardita mangiare prima del pasto i "bocconcini", che variano con usi locali ma che sono mangiati ciascuno con un'apposita benedizione (Iehi ratson...). L'elenco del Machzor in uso nell'Impero Ottomano nel 5613 (1855 E.V.) indica sette benedizioni, rispettivamente per mele, porri, barbabietole, datteri, zucche, pesce e testa d'agnello.

Le mele devono essere addolcite e l'uso di Costantinopoli era un'apposita marmellata di mele (o anche di mele cotogne).  È uso di alcune comunità recitare una benedizione sul melograno.


lom Kippur. Il tempo del pentimento

I dieci giorni che separano Rosh Ha-Shanà da Iom Kippur sono chiamati i Giorni di Tesciuvà (Giorni di Pentimento) e preparano al giorno del perdono.

Alla vigilia ed all'alba del giorno che precede il giorno di Kippur vige l'uso in molte comunità di fare le Kaparot,

 È usanza di riconciliarsi con le persone con le quali si hanno avuto discussioni andando a visitarle prima della festività e, in presenza di almeno tre testimoni, chiedere loro perdono per le offese arrecate . Se la persona fosse nel frattempo deceduta è uso recarsi in cimitero e fare una dichiarazione sulla sua tomba al cospetto di dieci persone.

Le persone molto osservanti sono  solite prendere un bagno rituale prima dell'inizio del digiuno.

Dopo la preghiera pomeridiana del giorno che precede il Kippur è uso consumare il pasto con il quale si prepara il digiuno, che è chiamato Seudà ha - Mafseketh. Questo pasto è d'obbligo e deve essere consumato con dovuta solennità. Si evitano bevande inebrianti e cibi piccanti e di solito si ha cura di terminare il pasto almeno mezzora prima del tramonto.

Nelle comunità ashkenazite si va in Sinagoga vestiti del kittel, un abito bianco simbolo di un sudario.

In alcune comunità (ad esempio in quelle italiane) era d'uso recitare alla vigilia di Kippur una speciale professione di fede.

Nelle Sinagoghe di rito sefardita l'ufficio inizia con due componimenti poetici, il Lechà Elì (A Te, mio D-o...) e lo Shema Kolì (Ascolta la mia voce, Tu che ascolti ogni voce ...)

Il rituale ashkenazita inizia invece con la solenne dichiarazione del Kal Nidrè (Tutti i voti...), pronunziato con l'Aron aperto e sette Rotoli della Legge tenuti in braccio intorno alla Tevàh. Il Kal Nidrè deve essere recitato ancora prima che sia giunta la notte.

In alcune sedi è d'uso ricordare durante questa parte della funzione, il nome dei Rabbini e dei maggiori esponenti della Comunità defunti; in altre si ricordano le vittime di calamità o di persecuzioni".

Dopo il Kal Nidrè si recita la preghiera serale.

Anticamente era uso trascorrere l'intera notte in sinagoga.

L'indomani, giorno della festa, la cerimonia occupa tutta la giornata dell'ebreo osservante. Si articola infatti in quattro parti:

Shahrit (preghiera del mattino),

Mussaf (preghiera aggiunti­va),

Minhà (preghiera pomeridiana)

Nei (preghiera conclusiva).

 

Nella preghiera del Mussaf viene intercalata la descrizione del rituale che era seguito dal Sommo Sacerdote, il Cohen Gadòl, nel Santuario il giorno di Kippur. Dopo la preghiera di Shahrit, nelle sinagoghe ashkenazite (ed anche nel rito dei "Figli di Roma") si usa recitare lo Yizkor.

 

La Neilà o preghiera conclusiva inizia quando fa giorno: presso le sinagoghe sefardite è preceduta da un antico canto, lo El Norà Alilàh... (Tremen­do nei Tuoi atti...). Durante la preghiera conclusiva, dopo che l'officiante ha solennemente per sette volte proclamato la Divinità, viene suonato lo Shofar: è già notte.

Bisogna tuttavia trattenersi ancora in Sinagoga per dire la preghiera serale e per recitare la Benedizione sul vino e la formula per la Separazione fra il consacrato ed il quotidiano. Solo alla fine di questa preghiera finale il digiuno può considerarsi terminato.

È uso in varie Comunità che durante la benedizione sacerdotale (Cohanim) le famiglie si raggruppino sotto il Talleth del più anziano per i maschi; intorno alla donna più anziana le femmine, perché venga trasmessa la Berachà ("Benedizione").


 

LE TRE FESTE DI PELLEGRINAGGIO

 

Tre volte l’anno ogni tuo figlio maschio si presenterà davanti all’Eterno, al tuo Dio, nel luogo che questi avrà scelto: nella festa dei pani azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne:

e nessuno si presenterà davanti all’Eterno a mani vuote.

( Dt 16,16 )

Le tre feste di pellegrinaggio

Pesach (festa del pane azzimo)

Shavuoth (festa delle settimane)

Sukkoth (festa delle Capanne)

 

rivestono un’importanza determinante per l’ebraismo in quanto legate a tre momenti fondamentali del popolo d’Israele: Pesach alla liberazione dalla schiavitù d’ Egitto, Shavuoth al dono del Decalogo e della Torah e Sukkoth alla permanenza del deserto.

In occasione di queste ricorrenze al popolo ebraico era comandato un pellegrinaggio “nel luogo che il Signore avrebbe scelto”, allo scopo di pregare, ringraziare il Signore e presentare un’offerta.

Queste tre ricorrenze,  inoltre, avevano un triplice carattere:quello di feste religiose, nazionali e agricole.

Il pellegrinaggio verso il Tempio di Gerusalemme cementava l’unità del popolo e ne accentuava il carattere sacro; il compiere un’offerta al Tempio ne sollecitava la generosità e lo rendeva più vicino a Dio.

Ma importante era anche l’aspetto agricolo delle feste che cadevano in corrispondenza dell’inizio della primavera ( Pesach ), dell’estate (Shavuoth ) e dell’autunno (Sukkoth ).

Tutti i popoli, soprattutto nell’antichità, avevano feste agricole. Gli Ebrei, però, le trasformarono in giorni santi, dedicati al ricordo del tempo passato e alla speranza del tempo futuro.

 


 

Pesach. La festa del pane azzimo. Pasqua.

 

RITI E TRADIZIONI -

La festività ebraica che, ancor più di Purim, è carica di ricordi di allegria è la festa di Pesach, la Pasqua ebraica.

È una delle festività ebraiche di istituzione biblica.

Le prescrizioni fondamentali della festa sono esposte in vari passi

  • dell'Esodo (XII, 15; XII, 18; XII, 19; XIII, 3; XIII, 6; XIII, 7; XIII, 8; XXIII, 18)

  • del Deuteronomio (XVI, 3; XVI, 4).

 

Il divieto di far uso di pane lievitato, in ricordo della precipitosa fuga dall'Egitto, che impedì agli Ebrei di aspettare che il pane avesse avuto il tempo di lievitare e cuocere normalmente, è stato variamente interpretato e commentato dai Padri della Sinagoga attraverso i secoli ed ha dato luogo alla formazione di una normativa precisa e complessa.

In omaggio a queste formulazioni che le settimane che precedono la Pasqua vedono le case ebraiche impegnate in gioiosi lavori domestici, che comportano una pulitura rigorosa da cima a fondo per eliminare ogni traccia di pane o altro prodotto lievitato.

Le famiglie osservantiusano per tutta la durata della festa del vasellame apposito,mai utilizzato in altre circostanze e quindi non può essere venuto in contatto con alcunché di lievitato. Esistono precise regole per assicurarsi che il materiale di cucina possa ritenersi adatto alla Pasqua. In alcune comunità si preferiva comperare materiale nuovo per la festa, al fine essere sicuri della possibilità di impiegarlo.

 

La festa stessa dura otto giorni a partire dal 15 di Nissan. Durante questo periodo si mangia pane azzimo e si evitano alimenti che contengono farina di qualsiasi specie che potrebbero essere sottoposte a lievitazione. Il pane azzimo viene fabbricato secondo precise disposizioni, sotto la sorveglianza delle autorità religiose.

 

Poiché una delle dieci piaghe con le quali il Signore punì il Faraone fu la morte dei primogeniti, è uso che i primogeniti digiunino la vigilia di Pasqua. Non essendovi tuttavia riguardo a questo digiuno una prescrizione biblica, i primogeniti possono esserne dispensati se partecipano ad un pranzo rituale: per esempio un pasto offerto in onore di una circoncisione o di un riscatto di primogenito.

 

È tuttora uso che i Rabbini di ogni città inizino lo studio di un trattato del Talmud (Massechet) alcuni mesi prima di Pasqua, portandolo a termine precisamente alla vigilia della festa e, rispettando l'ingiunzione di festeggiare il compimento di questo atto meritorio, facciano un banchetto rituale per questa circostanza (Sijum Massacht ; Fine del Massechet). Quei primogeniti che sono presenti alla lettura conclusiva del trattato possono partecipare al banchetto e quindi interrompere il digiuno.

 

La vigilia di Pesach prevede la distruzione delle "cose lievitate" o, come si dice in ebraico, delle cose Hametz. Questa cerimonia, che inizia con la recitazione di un'apposita benedizione, consiste nella ricerca, a lume di una candela di cera, di dieci pezzi di pane appositamente nascosti in casa. Segue una "dichiarazione di annullamento" detta il Bittul, di qualsiasi briciola di Hametz che possa essere sfuggita a questo ultimo controllo.

L'indomani,dopo la prima colazione (dove è ancora lecito mangiare pane), gli ultimi resti di alimenti lievitati vengono eliminati da casa, le briciole di pane raccolte la sera prima vengono bruciate e si recita una seconda volta il Bittul. Questo rito è generalmente noto, nelle comunità sefardite, come il Kal Hamirah, dalle prime parole della dichiarazione di annullamento.

 

Come tutte le festività ebraiche, anche Pasqua inizia la sera precedente con la cerimonia in Sinagoga, che è un Arvith di festa, in cui alcune preghiere sono aggiunte (lo Hallel, ad esempio).

 

Il rito più importante, fondamentale per ogni famiglia ebraica è il cerimoniale del pasto di Pesach, il Seder (parola la cui traduzione esatta è l'ordinamento: significa quindi il rituale, nel senso di banchetto rituale). Si tratta infatti di un pasto minuziosamente ordinato dall'inizio alla fine.

 

Il rituale è solitamente descritto in tutti i suoi particolari nelle Haggadoth (plurale di Haggadah, "narrazione" o "racconto") di cui esistono numerosissime edizioni; la Haggadah è generalmente inclusa anche in tutti i libri di preghiera relativi alle festività.

Essa è stata riprodotta in codici preziosi durante tutto il Medio Evo. Attualmente una quarantina di questi sono conservati in alcuni dei musei più prestigio­si del mondo e si possono dividere in due categorie:

  • le Haggadoth sefardite, fra le quali è opportuno ricordare la Haggadah d'Oro e la Haggadah di Sarajevo, in cui le illustrazioni miniate si riferiscono ad episodi tratti dalla Bibbia e talvolta occupano un'intera pagina

  • le Haggadoth ashkenazite, che non contengono cicli di immagini di argomento biblico, e che sono general­mente illustrate soltanto nei margini del testo. Fra queste conviene ricordare la Haggadah di Darmstadt, la Haggadah dalle Teste d'Uccello e la Haggadah Ashkenazita del British Museum.

 

La Haggadah è fra tutti i libri ebraici quello illustrato per eccellenza. Sempre più numerose le edizioni recenti ove accanto al testo ebraico appare il testo in lingua corrente: nelle comunità sefardite le Haggadoth contengono sempre un testo in antico spagnolo stampato in caratteri ebraici Rashì, traduzione parola per parola, del testo ebraico, diviso in brani, in modo che dopo ogni passaggio in ebraico venga letta la traduzione spagnola.

Nel testo e nel rituale la differenza fra rito sefardita e rito ashkenazita è veramente minima.

 

Sulla tavola festiva, in un apposito vassoio vengono disposte

  • tre azzime (Shimmurim o Matzot Shemmurot)

  • sedano, rafano e lattughe

  • una salsa detta Haroseth,

  • una zampa o spalla d'agnello

  • un uovo sodo.

 

Il Seder inizia al ritorno dalla Sinagoga, dopo la preghiera serale, quando è già calata la notte (la dicitura sefardita inizia infatti con le parole Saliendo de Arvith, quando se escurese - uscendo da Arvith, quando si fa scuro...)

 

Il Seder è diviso in varie parti, con un titolo specifico che le caratterizza.

 

La prima parte s'intitola Kadesh ("Consacrazione") e consiste nella recitazione da parte del capo tavola, in generale il capo famiglia, del Kiddush che sarà detto a seconda che la sera di Pasqua coincida col Sabato, coll'uscita di Sabato o con un giorno feriale, in maniera diversa, in conformità con quanto accade anche nelle altre festività.

Tutti i presenti vuotano il primo bicchiere di vino, stando appoggiati, per tradizione, sulla sinistra.

 

La seconda parte s'intitola Urchatz ("Lavanda delle mani'% e consiste nella lavanda delle mani da parte del capo tavola, senza che venga recitata l'apposita benedizione.

 

La terza parte è dedicata al Carpas ("Sedano"): il capo tavola, che si è purificato con l' Urchatz, distribuisce a ciascuno dei presenti una foglia di sedano (l'Appio delle comunità sefardite, che in quelle ashkenazite è in

genere sostituito dal prezzemolo, da patata, cipolla, radicchio o da qualsiasi altra pianta commestibile che cresca nel terreno) Il carpas si intinge nell'aceto o in acqua salata e prima di mangiarlo ciascun commensale recita la benedizione relativa ai frutti della terra

 

La quarta parte è lo Iachatz ("Divisione"): il capo tavola prende le tre azzime, che sono sovrapposte e coperte. Divide in due parti la seconda azzima, nascondendone una metà sotto la tovaglia per un rito successivo e rimettendo l'altra metà fra le altre due. È d'uso in alcune comunità fare un sacchetto con una tovaglia nella quale viene posta la metà delle tre azzime che non è stata nascosta; questo sacchetto è portato per pochi minuti sulla spalla del capotavola o, come si faceva in genere nelle comunità della parte orientale del Mediterraneo, dal più piccino dei bambini presenti al Seder.

 

Nella quinta parte si riempiono i bicchieri di vino e si ha il Magghid ("Narrazione"). Si solleva, esponendolo allo sguardo di tutti, il vassoio che contiene le azzime shemmurot ed inizia la lettura con la frase Halahma anià di ahalù avatana be-arà de­Mitzraim... ("Questo è il pane dell'afflizione che mangiarono i nostri padri in terra d'Egitto... ") Seguono quattro domande sul significato della festa che, nelle comunità ashkenazite, vanno poste dal più giovane dei commensali o, in assenza di un giovane, da un'altra persona presente.

La narrazione stessa inizia subito dopo in risposta ai quesiti posti: secondo alcuni Maestri la haggadah non va letta solamente nel testo originale (per la maggior parte scritto in ebraico, con il solo brano introduttivo in lingua aramaica) ma anche in una lingua comprensibile a tutti i commensali. Da qui il moltiplicarsi dei testi bilingui negli ultimi secoli.

Il racconto riassume l'Esodo dall'Egitto, commentando ed illustrando i prodigi compiuti dal Signore per portare in salvo il popolo ebraico.

Giunti al passo che enumera le dieci piaghe con le quali il Signore punì gli Egizi, verrà portato un bacile, nel quale il capotavola versa una goccia del vino del suo bicchiere, pronunciando ogni volta la piaga a cui si riferisce. In alcune case questo si fa con l'acqua salata o aceto utilizzato per il Carpas. Durante questa operazione è d'uso allontanare lo sguardo dal bacile. Successivamente, il capotavola si lava nuovamente le mani senza pronunciare alcuna benedizione.

Quando si arriva al testo che si riferisce al sacrificio pasquale dei tempi del Santuario, i commensali rivolgono lo sguardo alla spalla d'agnello, senza tuttavia prenderlo in mano.

Nel brano successivo, quando ci si riferisce alle azzime, le azzime stesse vanno sollevate e mostrate ai presenti e così pure quando il testo si riferisce alle lattughe.

Giunti al passo che chiarisce l'obbligo di ringraziare il Signore (Lefihah anahnu hayavim, le-odot, le-hallel...; Perciò noi siamo nell'obbligo di rendere omaggio, lodare, celebrare, esaltare, ...) i presenti prendono ciascuno in mano il proprio bicchiere di vino che però non va bevuto ma riposto sul tavolo alla fine del passo, per essere ripreso in mano quando il racconto sta terminando e verrà pronunciata la benedizione conclusiva.

Il calice viene bevuto per intero dopo che è stata pronunciata la frase Baruh Ata Ha-Shem, Gaal Yisrael (Lodato sii tu o Signore, liberatore di Israele), sempre stando appoggiati sulla sinistra. Nelle Haggadoth ashkenazite prima di bere si recita la benedizione sul frutto della vigna, ma quest'uso non è seguito dai sefardim.

 

Terminato il Magghid, si passa a Rochtzà (Lavanda delle mani) che consiste nella rituale lavanda delle mani prima del pasto, accompagnata dall'apposita benedizione.

Il titolo successivo è Motzì Matzà (Benedizione sul pane e sulle azzime). Innanzitutto il capotavola distribuisce ai commensali due pezzi di azzima, prendendone uno da quella superiore ed uno dalla metà azzima che sta sotto; quindi recitata la formula di benedizione sul pane e sulle azzime. Ciascuno consuma un pezzetto di ognuna di queste due azzime, sempre stando appoggiato sulla sinistra.

 

Il capotavola prende la lattuga e passa al Maror ("Erba Amara", che nella tradizione sefardita è la lattuga). Ne distribuisce una foglia ai commensali; ciascuno qintinge questa foglia di lattuga nel Harosseth e pronuncia l'apposita benedizione prima di mangiarla.

Segue il Coreh ("Boccone"): il capotavola distribuisce ai presenti un pezzo della terza azzima, rimasta sinora intera, ed una foglia di lattuga. Si intingono l'azzima e la lattuga nel Haroseth e prima di mangiare il tutto (sempre appoggiati a sinistra) si recita la formula prescritta. Nelle comunità ashkenazite nel fare il Coreh viene utilizzato del rafano, per dare un sapore amaro.

 

Il titolo seguente è Schulhan Orech ("L'imbandire la tavola"): si portano le pietanze e si passa alla cena propriamente detta.

In alcune comunità ashkenazite, prima di passare alla cena si mangia un pezzo di uovo sodo, sempre intinto in aceto o acqua salata, per ricordare la distruzione del Santuario.

Non si usa mangiare carne al forno le prime due sere di Pesach, anche se nelle comunità sefardite del Medio Oriente, è considerato lecito mangiarne dopo la seconda notte. Fa eccezione a questa regola la Comunità dei Figli di Roma, la quale mangia "carne di agnello arrostito" per un'antica tradizione che si fa risalire a Todos o Todros (Theodosius?) da Roma, un dotto dell'epoca di Domiziano. È dunque lecito per i membri della Comunità di Roma continuare quest'usanza.

Per le prime due sere di Pesach durante il Seder è d'obbligo utilizzare per la Haggadah delle azzime fatte di farina ed acqua, mentre per tutto il resto della festa può essere consumata della Matzà ascirà (cioè dell'"azzima arricchita"). Anche in questo fanno eccezione i Figli di Roma, i quali per antichissima tradizione (si dice sia stata accettata dallo stesso Maimonide) utilizzano delle azzime fatte con olio.

 

Terminato il pasto, si passa allo Tzafun ("Nascosto'). Si prende la mezza azzima riposta sotto la tovaglia, se ne distribuisce un pezzo a ciascuno dei commensali e lo si mangia, reclinati verso sinistra, recitando una dichiarazione tradizionale.

L'uso ashkenazita è di nascondere questa mezza azzima e la sua ricerca diventa ulteriore motivo di allegria.

Nelle famiglie sefardite l'usanza è che il più giovane lo porti appeso alla spalla, fingendosi viandante ebreo in cammino dall'Egitto verso Gerusalemme.

 

Si passa quindi al Barech ("Benedizione dopo il pasto') che consiste nella recitazione di alcuni salmi e del Birkat ha­Mazon alla fine del quale si ripete la benedizione per la consacrazione del vino e si beve, sempre stando appoggiati sulla sinistra.

 

Successivamente, riempiti ancora i bicchieri di vino, inizia il Hallel Nirtzà ("Esaltazione finale"), un invocazione composta dai Salmi 113 a 118 e nota presso i come lo Shefoh «Riversa la tua ira... ».

Alla fine, si recita un'ultima benedizione per la consacrazione del vino e si beve il quarto bicchiere, sempre stando adagiati sul lato sinistro.

Prima dello Shefoh, è uso aprire la porta per testimoniare a fiducia che si ha nella protezione del Signore contro ogni malevolenza. Nella tradizione ashkenazita, prima di bere l'ultimo bicchiere di vino si legge un brano che si conclude con l'augurio Le-shanà abà be­Ieruscialayim! ("L'anno prossimo a Gerusalemme! ").

Dopo questo ultimo bicchiere di vino è proibito bere bevande all'infuori di acqua o caffè fino alla mattina seguente.

uttavia la festa non si conclude ancora, perché per antica tradizione, se pur molto più recente della redazione del testo della Haggadah, vengono cantati alcuni componimenti poetici il cui testo, identico per ciascuna comunità, varia per impostazione musicale a seconda del paese. Spesso questi componimenti sono eseguiti in lingua locale. Fra questi ricordiamo

  • l'Avvenne a mezzanotte..., componimento di Jannai, del VI secolo E.V.

  • Voi direte: è il sacrificio di Pesach..., di Eleazar ha-Qalir, del VI secolo E.V.

  • Ki lo yaè, ki lo naè.., (" Solanto a Lui si addice e conviene...") di autore ignoto

  • Had gadyà... ("Un capretto...")di autore ignoto

  •  

Nelle comunità sefardite l'augurio del ritorno a Gerusalemme viene pronunciato alla fine di questi canti.

 

La seconda sera si ripete la cerimonia del Seder.

Le ufficiature diurne sono quelle dei giorni festivi, con le modifiche e le aggiunte del caso.

 

Pesach dura otto giorni (sette nella Terra d'Israele. I due ultimi giorni ono considerati giorni  in senso completo, mentre i giorni intermedi sono considerati di mezza festa Ho] ha-Moed.

 


 

SHAVUOTH

 

Shavuoth è la festa delle offerte per eccellenza:è chiamata anche giorno delle primizie, perchè era il giorno in cui, da tutto il paese,ci si recava al Tempio di Gerusalemme per offrire al Santuario le primizie dei campi.

SHAVUOTH in ebraico significa settimane, cade infatti 50 giorni ( sette settimane ) dopo il giorno di Pesach; questa parola viene tradotta in Pentecoste nella lingua greca che significa il 50° ( giorno )

Nel calendario cristiano 50 giorni dopo la Pasqua è Pentecoste.

 

Sia nell’ebraismo che nel cristianesimo per la Pentecoste sono significativi i 50 giorni e il riferimento alla Pasqua.

In Esodo 23,16 Shavuoth è presentata come una delle tre feste del Pellegrinaggio e del raccolto in cui l’ebreo osservante si recava al Santuario ad offrire le primizie dei campi.

In Dt 16,9-12 viene collegata con il Tempio di Gerusalemme e con la promulgazione dei 10 Comandamenti sul Sinai e viene presentata con il nome di Pentecoste.

In Lv 23,15-22 vengono presentate altre indicazioni.

 

Shavuoth è anche la festa della Legge, la Torah.

Si festeggia il momento in cui il popolo accolse le Tavole dell’Alleanza.

E’ la festa della libertà morale e spirituale.

Libertà non è soltanto poter coltivare i propri campi per offrire le primizie a Dio; libertà non è l’indipendenza, ma l’ubbidienza alla Parola di Dio, alla Legge.

La parola Shavuoth vocalizzata in Shevuoth ( giuramenti ) rievoca i giuramenti che legano Israele a Dio nell’Alleanza.

 

Durante la festa del pellegrinaggio la popolazione maschile partiva da ogni paese e villaggio per portare al Tempio le offerte e le primizie.L’organizzazione era quindi molto complessa

 

Dal momento in cui comparivano sugli alberi i primi frutti, venivano contrassegnati con il filo per poi riconoscerli tra i più belli da offrire.

Si preparavano i buoi ( bianchi e senza macchia,inghirlandati di fiori e con le corna dipinte d’oro ).

I gruppi si fermavano ai piedi della gradinata del Tempio, venivano accolti dai Leviti vestiti di bianco,che suonavano trombe d’argento.

 

Venivano offerte al Tempio le primizie delle sette specie tipiche della terre d’Israele: “ Frumento, orzo, uva, fichi, melagrane, olive e datteri “ ( Dt 8,8 )

Si tratta di prodotti che potevano essere conservati a lungo, anche seccati, permettevano di sostenere non solo i sacerdoti, ma anche i poveri d’Israele.

Nei sotterranei del Tempio vi era una stanza in cui si poteva entrare uno per volta.

Nella stanza vi era un cesto: c’era chi entrava per deporre un’offerta e chi prelevava ciò di cui aveva bisogno. Nessuno sapeva chi aveva dato e chi aveva preso.

L’ospitalità era gratuita, a Gerusalemme era vietato affittare case o camere ai pellegrini che venivano quindi ospitati gratuitamente.

Se non c’era più posto si accampavano alle porte di Gerusalemme.

 

Oggi Shavuoth viene festeggiata secondo gli usi e i costumi vigenti nelle diverse comunità ebraiche della diaspora.

Nelle sinagoghe, addobbate di fiori e foglie, la preghiera serale è seguita da una notte di veglia e di studio della Torah. Si legge un’antologia di testi dalla Bibbia, dal Talmud e del Zohar o Libro dello Splendore.

 

Durante la giornata viene letto anche il libro di Ruth, la Moabita. La lettura di questo testo permette di gettare lo sguardo sulla vita degli antichi contadini ebrei all’epoca dei giudici. Il testo è ambientato nel periodo della mietitura, è una storia molto bella e poetica.

La giovane Ruth, rimasta vedova, segue la suocera Naomi. Arriveranno a destinazione nel tempo del raccolto. Ruth sposerà poi Boaz ricco possidente e lontano parente.

 

Ruth rappresenta il popolo d’Israele che nel ricevere la Torah si converte a Dio.

Ruth sarà un anello della catena che porterà a Re Davide.

 

USANZE

 

La sera precedente la festa, gli osservanti fanno un bagno rituale che simboleggia la purificazione interiore.

Le case e la sinagoga vengono decorate di fiori, di foglie, di piante verdi, di spighe di grano che simboleggiano le primizie di un tempo.

In Israele, dove la festa è celebrata soprattutto per il suo significato agricolo, si portano nella città di Haifa fiori e frutti.

Migliaia di pellegrini partono da tutta Israele su macchine, camion e carri ornati di fiori per portare le loro offerte. La festa inizia al mattino con un lungo corteo aperto dai bimbi della scuola dell’infanzia

I musicisti suonano e la folla forma degli enormi cerchi concentrici per ballare la Hora, il ballo tipico d’Israele.

Molti bambini hanno delle  gabbie contenenti colombe bianche; ad un segnale tutte le colombe vengono liberate, simbolo del popolo che esce dall’Egitto.

 

Nella comunità ashkenazita i bambini vengono iniziati allo studio della Torah durante la festa di Shavuoth. Le pagine del primo libro, che viene messo nelle loro mani, sono cosparse di caramelle, mandorle e uva passa in modo che il ricordo del primo libro si unisca al ricordo delle dolcezze che conteneva.

 

COSA SI MANGIA

 

Se la vista è rallegrata dal colore dei fiori, il palato è gratificato da sapori dolci, come lo studio della Torah, che ci permettono di risalire “al latte e al miele”.

E’ usanza mangiare cibi a base di latte.

L’assenza della carne sulla tavola ha dato origine a tutta una serie di ricette prelibate.

 

In alcune comunità sefardite si prepara un dolce chiamato “ sette cieli “. E’ composto da sette dischi di pasta, a simboleggiare i sette cieli attraversati da Mosè prima di ricevere la Torah.

La ricetta prevede come decorazione il monte Sinai e altre decorazioni spiegate ai bambini prima del taglio della torta.

 

Presso comunità ashkenazite vengono preparate delle focacce di burro e formaggio divise in tre strati perché le Sacre Scritture sono formate da tre libri e perché tre sono i Padri: Abramo, Isacco e Giacobbe.

 

Sulla tavola romana appaiono gli gnocchi alla romana o i finocchi alla parmigiana.

 


 

Sukkot e Sheminì Atzeret. La festa delle Capanne

 

Sukkot è una delle ricorrenze più amate del calendario ebraico. E' la festa delle capanne che celebra la memoria dei quaranta anni passati da Israele nel deserto e le precarie abitazioni di quel tempo. La capanna rappresenta la fragilità dell'uomo e la protezione da parte di Dio che veglia su di lui. La tradizione prevede che queste dimore provvisorie - dove si deve soggiornare o almeno consumare un pasto nei sette giorni della festività - siano innalzate all'aperto, abbiano quattro pareti e siano ricoperte da un tetto di rami intrecciati in modo da lasciare scorgere il cielo. La preparazione della sukkà o capanna è un'occasione gioiosa e divertente per le famiglie ebraiche che provvedono con anticipo alla raccolta del materiale per la sua costruzione.

Sukkot è anche la festa agricola del raccolto come afferma il libro del Deuteronomio al capitolo 16 versetto 13: celebrerai la festa di Sukkot quando avrai raccolto il prodotto della tua aia e del tuo tino...

E' la festa del lulav il fascio di foglie che ogni fedele porta con sè e che agita in direzione del quattro punti cardinali.

Nel vangelo di Giovanni (che scandisce la missione di Gesù sulle feste ebraiche) si ricorda la festa delle Capanne al capitolo 7 : Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne;  i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e và nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!».  Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive. Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo non è ancora compiuto»

All'epoca del Tempio, infatti, Gerusalemme diventava mèta di festosi pellegrinaggi. Migliaia di fedeli si aggregavano in carovane mentre in città veniva organizzata l'accoglienza dei pellegrini in speciali capanne innalzate nei giardini, nelle piazze e sulle terrazze delle case. Gli scritti dell'epoca raccontano di grandiose feste popolari organizzate nei cortili del Santuario, affollati di pellegrini col il loro lulav. In ogni angolo della città si cantavano salmi e canti popolari, si suonava, si ballava la danza delle fiaccole, si ascoltavano i maestri commentare la Thorà. Secondo una raccolta di scritti rabbinici detta Mishnà: chi non ha assistito a questa festa ignora cosa sia una festa. Anche Tacito e Plutarco l'hanno citata nelle loro opere.

RITI E TRADIZIONI

Sukkot è fissata al 15 del mese di Tishrì ma poiché il calendario ebraico, pur essendo lunare è corretto con l'aggiunta ogni tre anni di un mese (anno embolismico) questa festività viene a coincidere sempre con l'autunno, la stagione del raccolto. Ed infatti la festività di Sukkot è anche indicata nella Toràh come Festa del Raccolto (Levitico, 23, 34-39). I Padri della Sinagoga hanno deciso che durante il periodo di una settimana gli ebrei abitino in capanne di giunchi e frasche, le sukkot. Dai Saggi del Talmud  è stato accuratamente stabilito come fabbricare le sukkot: sono fissate le misure massime e minime; il genere di materiali e l'ordine nel quale edificarle. Si colloca la sukkà sulla terrazza o nel giardino di casa o nel cortile. Tutti prendono parte a costruire la sukkà.

In teoria durante tutto il periodo della festa bisognerebbe abitare nella sukkah, mangiare nella stessa e dormirci; tale imposizione è stata alleggerita nei secoli ma rimane l'obbligo di entrare nella sukkah la prima sera per celebrare la ricorrenza e per ricordare il tempo nel quale Israele ha abitato nelle tende del deserto.

Le benedizioni iniziali sono quattro:

  • la benedizione sul vino

  • la benedizione di consacrazione della festa che ricorda l'obbligo di sedersi nella sukkah

  • la benedizione detta She'ehiyanu

  • la benedizione sul Pane e la lavanda delle mani appena seduti nella sukkah

Un'antica tradizione cabbalista, seguita tuttora in alcune comunità, vuole che prima della celebrazione del "Kiddush" all'interno della sukkah  venga rivolto  un invito formale agli "ospiti d'onore" che ciascun ebreo vorrebbe avere con lui quella sera: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Aronne e Davide"

Nel testo biblico che istituisce la festa, all'ebreo viene comandato di munirsi di quattro tipi di vegetali per celebrarla. In particolare

  •  foglie di palma (Lulav),

  •  frutto dicedro (Etrog),

  •  foglie di mirto (Hadas)

  •  foglie di salice (Arava).

Il frutto del cedro viene tenuto separato mentre le foglie delle altre tre piante vengono legate assieme in una maniera definita. Il frutto di cedro (Etrog) ed il fascio di foglie (Lulav) vengono portati in Sinagoga per essere agitati durante la funzione mattutina nella direzione dei quattro punti cardinali ed in su ed in giù in segno di gioia.

Durante la cosiddetta Preghiera Addizionale dei giorni di Sukkot hanno luogo le Hoshanoth  ("Implorazioni per la Salvezza"). Un rotolo della Legge è posto sulla Tevàh ed i fedeli, ciascuno tenendo in mano il proprio Lulav ed il proprio Etrog, formano una processione che compie circuiti intorno alla Tevàh. A ciascun giorno di Sukkot corrisponde un testo diverso.

Alla fine di Sukkot è celebrata Hoshanà Rabà (La Grande Implorazione) con processione più solenne e con l'esposizione di almeno sette Rotoli della Legge. Al termine della cerimonia è uso prendere in mano un fascetto costituito da cinque ramoscelli di salice e batterli in modo che se ne stacchi qualche foglia.

L'indomani di Hoshanà Rabà inizia la festa di Shemini Atzeret. Viene allora consacrato e augurato il cambiamento di stagione mediante la proclamazione Maashiv Aruah Umorid Ha-Geshem Levraha (Fai soffiare il vento e cadere la pioggia in benedizione) al posto di Morid Ha-Tal (Fai cadere la rugiada).

Questo cambiamento viene sancito anche con il Tikun Ha-Gheshem (L'invocazione per la pioggia) che è recitato durante la funzione del mattino.

Il secondo giorno di Shemini Atzeret è chiamato Simhat Toràh (Festa della Legge). Dopo la preghiera serale è uso portare sulla Tevàh tutti i Rotoli della Legge della Sinagoga e di nuovo in processione girarci intorno sette volte. In certe Comunità è uso ballare con i Rotoli della Legge in mano. È in questo giorno che si conclude la lettura annuale della Toràh e la si inizia da capo: coloro che sono chiamati a leggere la pericope finale e quella iniziale vengono chiamati rispettivamente Hatan Toràh e Hatan Bereshit (cioè Sposo della Legge e Sposo del Principio della Legge). È d'uso che coloro che sono stati chiamati a compiere questa funzione riuniscano in casa parenti ed amici e festeggino con un banchetto l'avvenimento.


 

Chanukkà. La festa delle luci d'inverno

 

RITI E TRADIZIONI

 

La festa di Chanukkà o Hannuka è, rispetto alle precedenti, di istituzione assai più recente, poiché commemora la rivolta dei Maccabei del 167 a.E.V.  E 'una festa storica in cui l'ebraismo ricorda una lotta per la libertà e l'indipendenza. Dal giogo di Antioco Epifane e libertà dalle imposizioni restrittive che miravano all'ellenizzazione degli ebrei stessi. Ma al di sotto della celebrazione storica, come per ogni religione, persiste la festa contadina del solstizio d'inverno nella seconda metà del mese di dicembre. A volte coincide con Natale cristiano.

La celebrazione pone l'accento sul miracolo che permise la riaccensione del Candelabro a Sette Bracci (la Menorah) attraverso il ritrovamento nel cortile del Santuario profanato di una piccola fiala d'olio chiusa col sigillo dell'ultimo Sommo Sacerdote. Quella fiala normalmente sufficiente per alimentare il Candelabro per un solo giorno, si riverlò capace di tenerlo acceso per otto giorni, per quanti precisamente bastavano a preparare una nuova scorta d'olio ritualmente pura.

In ricordo di questo miracolo ancora oggi è d'uso accendere, appena compaiono le prime stelle (salvo il Sabato, ben inteso) sia in Sinagoga che in ogni casa, e di esporre i lumini di Chanukkà. E poiché il significato dell'accensione è di ricordare il miracolo, è vietato utilizzare la luce dei lumi di Chanukkà per qualsiasi altro scopo.

Il punto focale della celebrazione è dunque l'accensione dei lumi di Chanukkà e la festività ha quindi un carattere privato perché ciascuno è tenuto a farla nella propria abitazione.

Questa festività ha dato spunto alla creazione di candelabri rituali di varia specie, le Chanukkiyòt, di estremo interesse artistico. Negli ambienti più osservanti è tuttora preferito accendere lumini con miccia e alimentati con olio, più consono al miracolo della tradizione.

Oggetto di discussione fra i Maestri dei primi secoli dell'Era Volgare, l'ordine di accensione segue ormai i dettami della Scuola di Hillel,  per cui viene acceso un lume per il primo giorno, due lumi per il secondo e così via. Nel Medio Evo invalse l'uso di accendere ogni giorno un lume addizionale, per accertarsi che non ci si serviva dei lumi di Chanukkà per illuminare i locali dell'abitazione: tale lume viene chiamato lo Shammash (ed è anche il nome col quale vengono indicati i custodi delle Sinagoghe che si occupano di aiutare durante lo svolgimento delle funzioni di culto).

Pertanto le Chanukkiyòt hanno sempre nove lumi, uno dei quali viene posto in una posizione distinta da quella dei rimanenti otto.

Secondo l'uso corrente si inizia con l'accensione dello Shammash, si recitano le benedizioni prescritte e quindi si accendono quindi i lumi di Chanukkà, procedendo da sinistra verso destra".

Dopo l'accensione dei lumi si recita lo Haneerot halalu.. (Questi lumi...), usanza, questa, che nella comunità di Roma venne adottata solo in un secondo tempo.

Segue il Salmo XXX (Salmo di Davide per la Dedicazione della Casa) ed infatti la festività ricorda anche la riconsacrazione del Santuario, per cui viene spesso chiamata nei vecchi libri di preghiera come Festa delle Encenie o inaugurazione.

Dopo questa lettura si passa, nelle comunità di rito ashkenazita (ma ormai l'uso dilaga anche nelle comunità di altro rito), all'inno Maoz Tzur (Roccia della mia forza, mia cittadella...), poema probabilmente composto in Germania verso l'anno 1250. Quest'inno inizia con la richiesta della restaurazione del Santuario, riassume le traversie del popolo ebraico attraverso i secoli, alludendo anche al triste periodo delle Crociate. Termina con una visione profetica.

 

Nelle preghiere della settimana di Chanukkà,

durante ogni giorno feriale all'interno dello Shemonèh 'Esré viene aggiunto un brano Al hanissim e viene letta la Toràh, chiamando almeno tre persone. Il Sabato segue invece uno schema più complesso.

Nel mondo ashkenazita è tradizione trascorrere le notti di Chanukkà con vari giochi di carte.

Fa parte di questa tradizione l'uso di giocare con una specie di trottola in legno e metallo (dreidel) a quattro facce sulle quali sono riprodotte le lettere nun, ghimmel, hèh, shin iniziali delle parole in Yiddish

  • Nicht (Niente)

  • Ganz (Tutto)

  • Halb (Metà)

  • Sitz (Fermo- nel senso che perde un turno)

 

Queste parole definiscono le vincite dei partecipanti al gioco. Queste quattro lettere sono state più tardi interpretate come sigla della frase Ness gadol hayah sham (Un grande miracolo ebbe ivi luogo) o come allusive al Messia (in quanto la parola Messia in ebraico, Mashiach, è formata da lettere, la somma dei cui valori numerici eguaglia il valore delle lettere della trottola).


Purim. Il carnevale ebraico

 

RITI E TRADIZIONI -

La festa di Purim ha le sue radici nel libro di Ester. La lettura della Meghillàh, cioè di un rotolo di pergamena sul quale è stato trascritta a mano la storia di Ester, ne costituisce uno degli aspetti più salienti.

Questo avviene sia la sera stessa della festività che l'indomani: la sera la lettura viene preceduta da tre benedizioni, l'indomani se ne omette l'ultima.

Il testo ricorda l'intervento della Regina Ester, che, assieme allo zio Mordechai, riesce a salvare gli ebrei di Persia dalle trame del malvagio ministro Haman.

 

Durante la lettura della Meghillàh in Sinagoga, ogni qualvolta ritorna nel testo il nome di Haman, i bambini utilizzano speciali strumenti per fare rumore, "al fine di cancellarne il ricordo... ".

È tradizione a Purim mandare in dono ad amici e conoscenti dolciumi e cibi prelibati e pertanto questa festa è stata un'incentivo per le donne ebree di inventarsi una ricchissima serie di pietanze speciali come le orecchie di Haman, i Hamantaschen e così via.

 

A Purim si usa banchettare con molta allegria e persino autorità indiscusse come Maimonide o R. Yosef Caro hanno prescritto il consumo di notevoli quantità di bevande alcoliche in base al noto detto talmudico che era opportuno ubriacarsi fino al punto da non riuscire a distinguere fra Mardocheo e Haman!

In moltissime comunità è d'uso che i giovani si mascherino; in alcune si sceglieva fra le maschere una regina Esther ed un Mardocheo. Pertanto i non-ebrei tendono a considerare Purim il carnevale degli Ebrei.

Mentre le rappresentazioni teatrali, specie nelle comunità più ortodosse, non venivano di regola permesse, i Purimspiel o componimento teatrali collegato alla festività, vennero sempre tollerati.

 


 

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